Ricordo ancora un dopocena di diversi anni fa, in cerchio insieme ai colleghi del tempo, portati a spasso per il mondo da Lapo Pistelli, capace di tradurre con grande naturalezza tematiche complesse di geopolitica, arricchendole di dettagli di vita vissuta. Ritornare da lui, in un contesto internazionale nel frattempo sconvolto, è apparsa la scelta più sensata per tentare di mappare lo stato di avanzamento della transizione energetica. Non più solo un obiettivo climatico, ma una questione di sicurezza, competitività e controllo delle filiere industriali. Se sole e vento sono risorse diffuse, litio, grafite e terre rare sono concentrati in poche aree del mondo, con effetti diretti su mercati, investimenti e rapporti di forza globali.
In questo scenario, tra fine delle illusioni europee e nuove tensioni geopolitiche, Lapo Pistelli, che ringraziamo per la disponibilità, ci offre una lettura lucida delle sfide che attendono imprese e decisori pubblici.
Il cambiamento climatico sembra sempre più una “scomoda verità”, come diceva Al Gore. Che ne pensi?
È un fenomeno oggettivo che continua ad avanzare, anche se il dibattito pubblico si è un po’ sgonfiato rispetto a qualche anno fa e i decisori politici sono presi da altre priorità.
In un mondo pensato per le energie fossili, le rinnovabili continuano a crescere. Come si sta orientando il mercato, visto dal tuo osservatorio privilegiato?
Il 900 è stato il secolo con il maggior sviluppo demografico, economico, sociale e tecnologico della storia umana. Pentirsene ora che siamo tutti più sani e più ricchi ha poco senso. Ma siamo anche passati, grazie a questo percorso, da uno a otto miliardi di abitanti e dunque dobbiamo fare un serio tagliando al modello. Gli eventi degli ultimi anni ci dicono che
dobbiamo preoccuparci anche della sicurezza energetica (cioè della disponibilità di energia) e della sua competitività (cioè della sostenibilità dei costi per imprese e famiglie) ma la strada delle rinnovabili è tracciata, qualsiasi siano le virate della politica. La produzione elettrica verde continuerà a crescere, così come gli investimenti nel settore. Anzi, proprio la raggiunta maturità ci dice che deve terminare la stagione degli incentivi. Il mercato si deve reggere in piedi da solo.
Ci aiuti ad inquadrare l’Europa in questo contesto? Da un lato pare svanire l’ombrello di protezione Usa, dall’altro sembra sempre più reale l’ipotesi di un forte attrito con la Russia.
L’Europa ha spinto molto per 6,7 anni sulla sola transizione, pensando di cogliere in un colpo solo obiettivi climatici, obiettivi industriali (guidando un settore nuovo con molti fondi pubblici), obiettivi politici (un ruolo di leadership morale). Contava su un mondo esterno collaborativo (che non c’è più) e su catene di fornitura globali (che si sono rivelate fragili a
partire dal Covid). Quella “bolla” si è rotta. Siamo soli, in mezzo a una contesa strategica fra Usa e Cina, e con una guerra in casa da quando la Russia gioca esplicitamente il ruolo dello “spoiler” globale. I decisori devono far quadrare il bilancio con altre e nuove priorità, fra le quali la difesa. E per la prima volta nella storia dell’UE, alcuni Paesi e movimenti politici
erodono esplicitamente dall’interno il capitale più prezioso, la fiducia verso le istituzioni di cui fanno parte. È finita insomma l’età dell’innocenza.
Dopo decenni di fallimenti nel tentativo di fermare il riscaldamento mediante riduzioni delle emissioni, forse questi sono tempi dove serve più che mai il pragmatismo. In questo senso Bill Gates, propone un nuovo approccio al climate change, invitando ad abbandonare la “prospettiva apocalittica”.
Da un lato, le ultime COP hanno invitato a mettere in campo iniziative non solo sulla “mitigazione” (cioè il contenimento delle emissioni e del riscaldamento) ma sull’ “adattamento” (come modificare infrastrutture e stili di vita per convivere con un fenomeno).
Dall’altro Gates mette l’accento su un tema psicologico vero e profondo. Se il mutamento climatico fosse una Apocalisse, appunto, l’individuo concluderebbe di non potere farci niente.
Tutto troppo grande e inevitabile, fuori misura. E invece no. Servono non solo politiche e risorse ma comportamenti individuali, analogamente a come abbiamo fatto decenni fa con la raccolta differenziata dei rifiuti e l’economia circolare. Il messaggio deve essere “si può fare”.

La transizione sostenibile necessita del sostegno finanziario. Da un lato crescono anche in Europa le emissioni di titoli obbligazionari sostenibili, dall’altro l’industria del risparmio gestito sta rallentando negli ultimi tempi sugli investimenti ESG.
Noto come l’attenzione verso i parametri ESG sia molto calata nel mercato americano. Restano delle nicchie ma gli investitori guardano adesso altrove. Le aziende serie mantengono però la loro rotta verso gli obiettivi ESG che avevano dichiarato al mercato.
Si parla sempre più spesso di “transizione giusta”. Cosa serve a tuo parere per evitare che la transizione ecologica diventi un ulteriore fattore di disuguaglianza sociale, penalizzando le fasce di popolazione più vulnerabili e i paesi in via di sviluppo?
Che la nostra conversazione pubblica sia capace di mettersi nelle scarpe degli altri. In Africa, ad esempio 600 milioni di persone non hanno accesso all’energia e bruciano sterpaglie per scaldarsi e cucinare. Quando gli parliamo di “transizione” sembriamo loro dei marziani.
Aldilà degli slogan, oggi la sostenibilità può rappresentare davvero un fattore critico di successo per un’impresa? O rischia di restare un imperativo morale da spendere più che altro con consumatori e stakeholder?
Può essere, anzi deve essere entrambe le cose. Credo fortemente che mostrare una sensibilità, una attenzione verso la sostenibilità e l’economia “circolare” sia un fattore attrattivo per i consumatori, un merito dunque e non una fissazione fuori moda. E per alcune aziende questo è un elemento “premium” per i propri prodotti e servizi. Così come avvenne per
l’agricoltura bio e a km zero.
Se guardiamo al futuro, quale consideri essere il rischio geopolitico più sottovalutato, legato al clima o all’energia, e che potrebbe influenzare radicalmente le strategie aziendali e la stabilità globale?
La competizione sui minerali critici. Nell’era fossile, le fonti energetiche (petrolio, gas, uranio) erano figlie del tuo destino geologico ma le infrastrutture per il loro sfruttamento erano sviluppabili da chiunque. Nel nuovo paradigma, le fonti sono gratuite (acqua, sole e vento) ma
le infrastrutture di sviluppo sono ancora una volta una questione geologica. Per avere batterie, magneti, conduttori servono litio, grafite, terre rare, tutti elementi oggi nelle mani di pochi Paesi che possono dettare il ritmo dello sviluppo. E la maggioranza delle impronte conduce verso Pechino.
Chi è Lapo Pistelli?
Director Public Affairs di ENI
Laureato in Diritto Internazionale alla facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, è stato Amministratore del Comune di Firenze,
poi membro del Parlamento Italiano ed Europeo.
Vice Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale dal 2013 al
2015, si è dimesso dalla posizione al Governo e in Parlamento, entrando in Eni nel luglio 2015. Svolge varie attività di docenza in università italiane e straniere e collabora con numerosi centri studi e riviste di politica internazionale ed energetica.